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Paolo Migliazza e l’infanzia effimera

L’infanzia Paolo Migliazza l’ha passata a Girifalco, uno dei quei paesini della Calabria dove le donne anziane vestite di nero si parlano, sbucciando legumi sedute davanti all’uscio delle case, mentre all’interno i bambini viaggiano in universi tecnologici e giocano con Nintendo e la Playstation. 

Allora Paolo alternava l’immersione nei mondi dei supereroi a lunghe passeggiate con il nonno in campagna,  dove scavava con le dita la terra per costruire case e stalle ai suoi animaletti  giocattolo.

Poi la crescita e l’abbandono dell’infanzia, con la trasformazione improvvisa del corpo e l’ansia per la vita,  la coscienza di sé e della precarietà dell’esistenza, le domande sulla propria identità e il proprio ruolo nel mondo. Quegli anni del travalicare a intermittenza tra infanzia e adolescenza sono rappresentati matericamente  dall’artista nelle sculture di fanciulle e fanciulli con i colori della terra, con il nero del carbone  e le tonalità del grigio dei materiali industriali e della ghiaia che egli usa  per plasmare i corpi.

Sono corpi che esprimono plasticamente titubanze e irresolutezza tipiche dell’identità in via di definizione, fisici con volti dagli occhi offuscati, rivolti all’interiorità, che invitano l’osservatore  alla ricerca di un “tempo perduto”, di uno stato  d’animo oramai estraneo al mondo degli adulti.

              

 

Sono presenze fisicamente vicine che occupano lo spazio della nostra realtà ma nel momento in cui si tenta di afferrarle, di fermarle e definirle, eccole allontanarsi: più proviamo a decifrarle più si chiudono ad ogni tentativo di dialogo. Rimangono ancorate alla propria coscienza, ai propri silenzi, non guardano ma sentono ciò che accade intorno e attraverso un dialogo serrato con la propria intimità, tentano di decifrare i segni che la realtà produce. L’allontanamento diviene metafora del mettersi in prospettiva, in relazione con il fruitore che osserva queste figure e sente (poiché vedere non basta più) riaffiorare in sé ciò che il tempo ha silenziosamente spinto giù sul fondo e che la memoria sospinge in superficie, fin quando quei luoghi riemersi divengono degli approdi sicuri.

Ed allora la materia di cui sono composti questi corpi, queste identità, ricorda il sapore effimero della vita: fragili come l’argilla che le compone, echeggiano la precarietà dell’esistenza di ogni individuo. D’altronde, dietro la maschera di super eroi, ciascuno di noi nasconde la sua intima fragilità dinanzi al mondo.

(Paolo Migliazza
 nel catalogo della mostra “We are not super heroes” a cura di Eleonora Frattarolo alla  Galleria L'Ariete artecontemporanea di Bologna 2017)

 

 

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