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Lezioni sulla fine del mondo

Al Macro Asilo, per “Lezioni sulla fine del mondo” curato da Marta Francocci, si incontrano Vittorio Sgarbi e gli architetti Claudia Clemente e Francesco Isidori (Studio Labics), vincitori del concorso per l’ampliamento del Palazzo dei Diamanti di Ferrara, bloccato da un parere del Ministero dei Beni Culturali.

Il concorso riapre, in Italia, un vecchio dibattito iniziato almeno alla fine degli anni ’80 quando l’architetto I.M. Pei progetta una piramide di metallo e vetro per il Louvre: come devono convivere architettura contemporanea, trasformazione della città e patrimonio storico?

E’ proprio in quegli anni che la riqualificazione fa un salto di scala passando dal singolo manufatto al sistema urbano con la trasformazione dei centri storici e la manomissione sistematica del capitale simbolico delle città europee, passate da luoghi a prodotti, come dice David Harvey, senza che intellettuali, architetti, storici del restauro abbiano opposto una resistenza credibile.

Con il concorso per il Palazzo dei Diamanti, in maniera quasi anacronistica, torna sul tavolo la questione del restauro di un singolo edificio storico; non dell’impatto della sua trasformazione sull’addizione Erculea o sulla città, Patrimonio dell’Unesco, ma della salvaguardia dell’edificio e del suo ruolo di testimonianza storica.

Sgarbi accende la polemica e presenta al Ministro dei Beni Culturali Bonisoli una petizione per “impedire lo scempio” di Palazzo dei Diamanti raccogliendo oltre 30.000 firme. Il progetto di Labics Architetti di Roma, vincitore di un concorso al quale hanno partecipato oltre settanta studi internazionali promosso dal Comune di Ferrara, si ferma.

Esistono, dice Sgarbi, edifici inviolabili, difesi nella loro integrità dalla legge 1089 e dal successivo Codice Urbani.

“Vincere il concorso non significa realizzare un’opera”, insiste. Qui la polemica si accende. Gli architetti rivendicano il ruolo degli interventi contemporanei per rispondere ai nuovi bisogni urbani e quello del concorso per garantire la trasparenza nelle procedure. Interviene a distanza Mario Botta, firmatario della petizione di Sgarbi ma che si oppone al “congelamento” delle presenze storiche: “bisogna fare in modo che il nuovo alimenti l’antico”.

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