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Jamie Diamond, riflessioni sulla famiglia (finta e vera)

Durante l’infanzia Jamie Diamond, americana che risiede a New York, fu regolarmente portata dai suoi genitori insieme ai suoi fratelli  da un fotografo ritrattista che via via immortalò i momenti di allargamento della famiglia e della loro crescita negli anni. L'artista, segnata da quest’esperienza,  decise in seguito di indagare nel suo lavoro su quest’abitudine diffusa, interessata all’atteggiamento collettivo della Famiglia felice che tutti i componenti assumono nel momento dello scatto e al momento che precede e segue tale messa in scena.

Jamie Diamond ha voluto quindi creare un quadro di vita familiare componendo delle finte famiglie e perciò ha lanciato un annuncio sul web alla ricerca di persone disposte a prestarsi a tale gioco. Furono in molti a reagire e così l'artista ha dato vita alla serie Constructed portraits (Ritratti composti) unendo persone che non si conoscevano fino a pochi minuti prima dello scatto, ma che davanti alla fotocamera, con innata capacità, si atteggiavano perfettamente nel ruolo di una famiglia perfetta.

Sempre basandosi su ricordi personali dell’infanzia Jamie ha creato la serie  I promise to be a Good Mother (2007-2012), dove impersona una "madre perfetta". 

In seguito a un litigio con la mamma, all’età di dodici anni, aveva scritto una lettera a se stessa adulta nel suo diario elencando tutte le cose che secondo lei una madre dovrebbe o non dovrebbe fare nel rapporto con i propri figli. Acquista così su internet Annabelle, una bambola iperrealista, e indossando gli abiti di sua madre interagisce con essa di fronte all’obiettivo della macchina fotografica, scattando diversi autoritratti e mettendo in scena alcuni suoi ricordi.

Il progetto si è in seguito ampliato in un’esplorazione della complessità degli stereotipi sociali e delle convenzioni culturali che danno forma alle relazioni tra madre e figlio, dandone una rappresentazione idealizzata. Cercando su internet nuove bambole per il suo progetto è venuta a conoscenza della comunità Reborners, un gruppo di donne ex-dipendenti di una fabbrica di bambole che era stata chiusa a causa di difficoltà economiche. Queste donne con grande capacità artigianali si erano messe in proprio creando bambole con sembianze umane sempre più perfette. Incuriosita, Jamie ha contattato queste donne e ne è diventata amica, imparando da loro il mestiere di reborner e scoprendo il mondo dei collezionisti di questo tipo di bambole, estremamente costose.

I clienti non sono mamme che comprano le bambole per le proprie figlie, ma per se stesse. A volte a causa dell’impossibilità di poter generare, a volte con lo scopo di vivere una maternità leggera, sono donne senza troppi impegni o difficoltà economiche, oppure sono  mamme i cui figli sono andati via da casa e si ritrovano alla ricerca di un nuovo scopo di vita. Si tratta comunque di persone molto riservate e caute nel rilasciare interviste o esporsi. Jamie, grazie alla sua sincera volontà di imparare e capire, è riuscita non soltanto a farsi aprire le porte delle loro case ma anche ad acquisire la loro fiducia e quindi a rappresentare le loro vite con la macchina fotografica, dai cui scatti emerge una realtà americana sorprendente e sconosciuta ai più.

Con queste immagini l’artista ci fa riflettere sui comportamenti e sui ruoli che assumiamo, consapevolmente o meno, nella nostra vita e sulla solitudine diffusa nella nostra società.

Attualmente alcune delle opere di Jamie sono esposte all'Osservatorio della Fondazione Prada a Milano nella mostra Surrogati. Un amore ideale. Fino al 22 luglio 2019

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