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 Emilio Lavagnino

Emilio Lavagnino

Emilio Lavagnino – Roma 1898 – Ginevra 1963  

 

Laureatosi con Adolfo Venturi nel 1921, discutendo una tesi di argomento storico-artistico, Lavagnino nel 1933 fu nominato direttore della Galleria Nazionale d’Arte Antica. In questi anni fu autore di numerose pubblicazioni, ma fu presto escluso dall’amministrazione delle Belle Arti, in conseguenza della stretta totalitaria avviata dal regime fascista dal 1938 e intensificata dopo lo scoppio della guerra. Lavagnino era finito nella rete investigativa della polizia in seguito ai rapporti epistolari con lo storico dell`arte Giuseppe De Logu, animatore del gruppo degli antifascisti fuorusciti di Zurigo. Proprio in questo periodo così critico per la sua carriera, Lavagnino rivelò il suo coraggio e la sua passione civile nell’opera di salvataggio del patrimonio artistico nazionale. Fra febbraio e maggio del 1944, a bordo di una scalcinata Topolino, con le ruote procurate da Palma Bucarelli, la leggendaria direttrice della Galleria nazionale d´Arte moderna, e per il resto a sue spese, compresa la benzina raccattata al mercato nero, Lavagnino prese a battere le strade dell´alto Lazio, schivando mitragliatrici e bombe, e seguendo un itinerario fra le chiese che sapeva contenevano quadri preziosi. Cominciò con due opere di Sebastiano del Piombo, la Pietà e la Flagellazione custodite nel Museo civico di Viterbo, seguite nella stessa città da altri quadri. È lui che racconta: “Il Girolamo da Cremona e l’Antoniazzo della Cattedrale, il polittico del Balletta di S. Giovanni in Zoccoli e la grande tavola di Lorenzo di Bicci di San Sisto”. In una prima fase era accompagnato da colleghi, da un autista e anche da un ufficiale tedesco, Peter Scheibert, che poi sarebbe diventato professore di storia all´università. Ma da un certo momento in poi fece tutto quasi da solo. Dopo Viterbo eccolo a Sutri, quindi a Vetralla, Montefiascone, Bagnoregio, Orvieto, Acquapendente, Bolsena. E poi Caprarola e Ronciglione, Trevignano e Bracciano. Il suo “bottino” fu ricchissimo: quei quadri erano pregiati in sé, ma rappresentavano soprattutto l´esperienza artistica di un territorio minore, erano i simboli di un paesaggio culturale che andava sottratto alla distruzione e alla rapina e consegnato a una memoria viva. Un esempio di tutela a qualunque costo. Nel dopoguerra affrontò la difficile questione della riforma dei musei romani e in particolare quella della ricostituzione della Galleria nazionale d`arte antica in Palazzo Barberini, il cui allestimento era stato ostacolato dall`insediamento del circolo delle forze armate. Per tenere vivo l`interesse intorno al destino dell’importante galleria italiana e ottenere la disponibilità degli ambienti, organizzò con l’aiuto del direttore Nolfo di Carpegna le quattro mostre romane delle opere che non avevano ancora trovato spazio nella nuova sede: Mostra dei fiamminghi e olandesi del ‘600, 1954-55; Caravaggio e i caravaggeschi, 1955; Paesisti e vedutisti a Roma nel ‘600 e nel ‘700, 1956; Pittori napoletani del ‘600 e del ‘700, 1958. Collaboratore di riviste specialistiche, pubblicò anche alcuni fra i noti volumetti sulle chiese romane per le edizioni Danesi di Roma, Il Palazzo della Cancelleria (1924), Altari Barocchi in Roma (1956) e molto altro ancora. Nel 2006 sua figlia Alessandra gli ha dedicato il romanzo Un inverno 1943-1944, Sellerio ed. La vicenda del salvataggio delle opere d’arte ha anche ispirato il regista Vittorio Salerno in Lavagnino: diario di un salvataggio artistico, del 2007.

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